venerdì 19 ottobre 2012

SVE in Repubblica Ceca - Praga


Il servizio volontario europeo (SVE) rappresenta una delle esperienze piú innovative e interessanti nel panorama dei programmi di scambio in Europa. Il mio breve resoconto descrive le caratteristiche principali e mira a rispondere ai dubbi che spessocircondano questo programma.


Il mio primo contatto con lo SVE avvenne alle soglie del conseguimento della mia laurea triennale. L´eccessivo carico di studi e lo stress mi avevano convinto a ritagliare un anno di pausa prima di intraprendere un percorso di laurea specialistica. Inoltre, la fresca esperienza del progetto Erasmus aveva acceso in me un interesse incontrollabile per nuove culture e lingue e, al contempo, sentivo un inaspettato senso di smarrimento nel mio paese. 
  Lo SVE si contraddistingueva per concreti vantaggi. Primo, vitto, alloggio e rimborso spese esimevano da esborsi la mia famiglia. Secondo, le organizzazioni offrivano un collocamento lavorativo e una sistemazione sin dall´inizio, facilitando l´adattamento. In ultimo, i corsi di lingua inseriti semplificavano l´ambientamento sul posto.


Preso da un irrefrenabile entusiasmo cercai un progetto e una sending organization. Fortunatamente, trovai presto un ente nella mia città natale. Sbrigate le procedure di iscrizione, iniziai la mia ricerca. I database della Commissione Europea elencavano miriadi di progetti con svariate mansioni. Si andava dal barista, all´infermiere, si poteva occupare la posizione di insegnante o di inserviente in un manicomio. 
Sconcertato, chiesi aiuto alla mia sending organization. Qui incontrai una dei tanti difetti dello SVE, la disorganizzazione degli enti certificati e lo scarso coordinamento a livello nazionale delle iniziative scaricavano sul singolo candidato parte . Inoltre, i database online presentavano progetti scaduti da tempo, frustrando i miei tentativi. 
 
La pazienza e la tenacia mi permisero di superare la proverbiale inefficienza del mio paese. Dopo esser stato quasi preso in Danimarca e in Germania, trovai un posto per un progetto di integrazione di bambini disabili in Repubblica Ceca. La scuola di riferimento era situata nella periferia di Praga e richiedeva una persona esperta in studi pedagogici. Nonostante le forti differenze con i miei studi universitari, scrissi una lettera di presentazione in base alle richieste enfatizzando la mia facilitá nell´adattarmi e le mie capacitá linguistiche. Il caso voleva, che una precedente volontaria si era dimessa per "irreparabili" screzi con la project leader. La firma del contratto fu accompagnata da centinaia di dubbi. Le voci sull´Est Europa variavano da paradisiaci harem a sobborghi governati dalla criminalità. Il ceco era dipinto come la piú complessa tra le lingue slave. A condire l´elenco di aspetti negativi, vi era l´opposizione della mia famiglia a uno spostamento poco produttivo per la mia carriera e rischioso per la mia sicurezza.
In questo momento di forti perplessità presi la decisione che cambio la mia vita: smisi di ascoltare gli altri e deposi ogni pensiero sul mio futuro. Libero, mi avviai al più ardito dei viaggi senza aspettative o desideri.
Il cuore pulsante dello SVE risiede nell´entusiasmo dei suoi membri. La disorganizzazione, gli intoppi burocratici, l´ignoranza delle organizzazioni non riesce a spegnere la forza con cui i volontari realizzano un sogno riportato nei più alti documenti del nostro tempo, ma lungi dall´essere mai realizzato: la solidarietà tra popoli. 

 

Concluse le pratiche burocratiche, iniziai la preparazione allo SVE. Questa fase si strutturava in attività con esperti nel volontariato internazionale in un incontro di alcuni giorni nelle campagne emiliane. Scettico pensavo alle noiose prediche di funzionari dediti a rassicurare i pavidi vincitori che, nel caso italiano, affrontavano un´esperienza tanto complessa senza conoscenze linguistiche e spirito di adattabilità tali da permettere un lungo soggiorno. Per fortuna mi sbagliai.  Arrivato in una giornata avvolta dalla nebbia, dopo un lungo viaggio dalla mia nativa Calabria, attendevo in una stazione di un paesino sperduto del Nord Italia. E lí vidi un gruppo di ragazzi, con capienti valigie ed abiti sportivi avvicinarsi a me. Per un momento i miei sospetti esplosero nella mia testa suggerendomi di volatilizzarmi. Dopo 5 minuti di conversazioni, capii i miei errori. I miei interlocutori erano ragazzi laureati con i miei stessi dubbi. Tutti noi eravamo in apprensione per il nostro futuro, sentivamo un senso di inadeguatezza nei posti dove eravamo cresciuti, camminavamo come stranieri nel nostro stesso paese. Il nostro cruccio non riguardava lavoro o famiglia, non pensavamo al nostro futuro a lunga scadenza, provavamo un sentimento al quale non riuscivamo a dare un nome. Iniziammo la nostra avventura pieni di speranza e solidali gli uni con gli altri. 
Giunti in un casolare sperduto fummo accolti da due promotori del progetto SVE i quali, straripanti di un ironia incontrollabile, iniziarono a catturare la nostra attenzione con attività di comunicazione, sport e arte. Fu un successo. Presto, le differenze di provenienza, i preconcetti, le ovvietà sparirono. Ci raccoglievamo ogni sera, dopo stancanti camminate, complicati giochi e simpatiche pause, ancora avidi di conoscere i nostri rispettivi pensieri, le nostre paure creando un sottile filo di solidarietà che, nonostante le poche giornate trascorse, ci legò indissolubilmente. 
Al termine della preparazione, tornai a casa cercando di raccimolare qualche soldo per il viaggio. Lavoricchiando in un bar e distribuendo inserti, riuscii a raggiungere una sommetta per eventuali imprevisti. La noia del lavoro e delle persone intorno a me cristallizzava le mie motivazioni accorciando le mie giornate prima del grande salto.

Gabriele Caruso

Nessun commento:

Posta un commento